Confine orientale italiano, metodo critico e consigli di lettura: l’intervista a Piero Purich

Piero Purich
Piero Purich

Ti sei iscritto alla Summer School a Monte Sole dal 20 al 26 agosto e vorresti qualche anticipazione e consiglio per prepararti? Non ti sei ancora iscritto (puoi farlo qui) e hai bisogno di spunti interessanti per convincerti a partecipare? Qualunque sia la tua risposta, ti consigliamo questa intervista allo storico Piero Purich che sarà presente alla Summer School.

Piero Purich [PP]

Laureato in Storia contemporanea all’Università di Trieste, ha poi frequentato corsi di perfezionamento post laurea presso l’Università di Lubiana e conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Klagenfurt. Si occupa principalmente di movimenti migratori, di spostamenti di popolazione e di questioni legate all’identità e all’appartenenza nazionale. È collaboratore di Giap, il blog della Wu Ming Foundation. Affianca all’attività di storico quella di musicista: in questa doppia veste ha realizzato la conferenza-concerto “Rifiuto la guerra. Pacifisti, renitenti, disertori, ammutinati: la grande guerra dalla parte di chi cercò di evitarla”. Dal 2017 è ritornato al cognome originario, italianizzato in Purini durante il fascismo.

 

Durante la Summer School parleremo di memoria e fonti storiche, considerando come caso studio il Confine orientale italiano: molto brevemente come è stata raccontata questa vicenda?

PP

È una narrazione completamente strumentale alla costruzione dello stato-nazione. Il “confine orientale” (termine che non mi piace perché implica un essere “al di qua” del confine, mentre le popolazioni di questi territori sono sempre state transfrontaliere) è il fondamento della mitologia nazionale, e non è un caso che i tre miti che attualmente sono più in voga nel creare la “memoria storica italiana”, cioè la grande guerra, le foibe, l’esodo giuliano-dalmata, siano stati costruiti proprio sulla base di eventi avvenuti in queste zone. In realtà il territorio che fino al 1918 si chiamava Litorale (o Primorska o Küstenland) e che tra il ’18 e il ’43 fu la Venezia Giulia è sempre stato una zona etnicamente, nazionalmente e linguisticamente mista, dove spesso gli stessi individui erano plurilingui. Quella che nella vulgata patriottica italiana fu la Vittoria in realtà per buona parte della popolazione fu una catastrofe: persone meticce, con una cultura composita derivante da quelle italiana, tedesca, slovena e croata dovettero optare per una sola di esse; chi invece aveva un retaggio linguistico diverso da quello italiano dovette integrarsi nell’italianità o andarsene. In pratica per gli abitanti di questo territorio entrare a far parte dell’Italia, cioè di uno stato-nazione, fu un impoverimento culturale enorme.

 

Il “metodo critico” dello storico riguarda solo il passato e chi fa ricerca storica o possiamo invece applicarlo anche nella vita quotidiana (ad esempio quando ci troviamo di fronte ad una notizia)? Se sì come?

PP

A mio avviso il metodo critico è sempre applicabile, nella storia, nella scienza e nell’esistenza di ogni giorno (ad esempio per sgamare le notizie che – con terribile termine yankee – sono chiamate fake news). Sebbene non sempre sia semplice trovare il bandolo della matassa, credo vadano utilizzati principalmente due criteri. In primis la logica: vedere cioè se ciò che viene proposto nelle notizie ha un senso logico sia nella tessitura della notizia stessa, sia nel contesto – umano, politico, temporale, geografico – in cui la notizia si trova. L’altro criterio per capire se un’informazione è valida è vedere “cui prodest”, a vantaggio di chi va la sua divulgazione. Se chi diffonde la notizia (specie se si tratta di qualcosa di dirompente) è colui che trae vantaggio dalle informazioni fornite è necessario prenderla con le pinze, setacciarla, trovarne i punti deboli, le contraddizioni o, viceversa, le peculiarità che la rendono attendibile. Inoltre, personalmente diffido di narrazioni che colpiscono a livello emozionale: in genere le notizie che vengono confezionate per colpire “la pancia” di chi la legge sono costruzioni facilmente smontabili.

 

Un video, un libro, un film o una canzone, un articolo (insomma degli spunti) per prepararci alla Summer School: cosa ci consigli?

PP

Mah, relativamente all’uso strumentale della storia per me resta un punto di riferimento Eric Hobsbawm e il suo libro “L’invenzione della tradizione”. Passando all’attualità mi è piaciuto molto l’approccio alle “fake news” di Vladimiro Giacchè in “La fabbrica del falso”. A livello letterario nessuno ha saputo descrivere meglio di Orwell la gestione della menzogna a livello politico, sia in “1984” che ne “La fattoria degli animali”.

Link all’iscrizione: https://bit.ly/2L3CqlA

 

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