Due domande al Professor Dario Braga

Dario Braga IMMContinuiamo il nostro percorso di avvicinamento al Dialogo con i cittadini del 13 dicembre 2018  ponendo due domande al Professor Dario Braga, chimico e Presidente dell’Istituto di Studi Superiori dell’Università di Bologna sul legame fra scienza e disinformazione e sulla diffusione delle fake news in ambito sanitario

Secondo lei, come mai la scienza è diventata così fortemente bersaglio della disinformazione?

La ragione, a mio avviso, è semplice: i temi scientifici sono solitamente associati alla salute o alla sicurezza e quindi si prestano meglio di altri all’uso dello strumento “paura” per attrarre attenzione e garantire diffusione. La disinformazione fa abbondantemente uso della paura per attacchire. Si pensi ai temi alimentari, ai vaccini, alle scie chimiche, ai terremoti artificiali, alle pseudo-terapie ecc. tutti adattissimi al “fake”. Semmai bisogna chiedersi quali siano le motivazioni di chi genera “fake news” scientifiche. In genere dietro alla diffusione di false informazioni ci sono interessi economici (a volte piccoli a volte molto grandi) e interessi politici.

E’ sufficiente visitare i siti web della “contro-scienza” per rendersi conto che molti espongono pubblicità, e quindi “guadagnano” sul numero di clic, o reindirizzano a questa o quella attività commerciale, oppure esplicitamente raccolgono direttamente fondi e finanziamenti (mi riferisco ad alcune fondazioni e onlus).

Poi ci sono gli interessi politici. L’impatto sociale di alcuni temi attrae facilmente l’attenzione di singoli e di formazioni (si pensi alle interrogazioni parlamentari sul tema “scie chimiche”, o agli interventi sul “metodo stamina” o anche al tema vaccini; non siamo forse andati molto vicini ad avere il film VAXXED proiettato al Senato?).
A tutto questo va aggiunto l’accesso facile alle piattaforme digitali e ai “social” network. Il risultato complessivo è questa maleodorante miscela di interessi economici e politici e la possibilità di contattare, nel nome della “democrazia della rete” e a bassissimo costo, vaste fasce di popolazione spesso non equipaggiate culturalmente per valutare le informazioni scientifiche. Va da sé che il successo delle “fake news” scientifiche in termini – appunto – di presa sulla gente e di ritorno economico o elettorale – richiede anche la delegittimazione delle fonti “ufficiali”: studiosi, ricercatori, scienziati e chiunque, preparato culturalmente, si ponga in modo critico davanti a questa forma di rifiuto delle conoscenze e di sfiducia verso la scienza. Un vero “oscurantismo di ritorno”.

Rispetto alla diffusione di fake news in ambito sanitario, quali azioni ritiene utile mettere in campo?

Le fake news in ambito sanitario hanno una elevata pericolosità sociale e richiedono, più di altre, una azione concertata e condivisa da parte di più attori sia istituzionali sia privati. Il rischio che si corre è molto grande: se viene a mancare, o se anche solo si indebolisce, il rapporto fiduciario tra malato e medico, si apre la strada a interessi impropri e a veri e propri abusi. Gli effetti si cominciano a vedere ad esempio sulle coperture vaccinali o sul rifiuto di terapie già ampiamente sperimentate a favore di pseudo-cure.

E’ indispensabile agire con “tempi di risposta” brevissimi al primo apparire di una “fake” e in modo autorevole e su più fronti:
a) maggiore presenza sui social network di studiosi e ricercatori che siano in grado di rispondere alle “fakes” punto a punto citando dati e fatti
b) come già avviene in altri paesi, le stesse società scientifiche devono farsi carico della “pronta risposta” corretta e qualificata, assumendo posizioni ufficiali e fonti accreditate
c) le scuole e le università devono affrontare il problema delle posizioni anti-scientifiche fornendo ai giovani, che frequentano la rete, gli strumenti per rispondere all’oscurantismo con informazioni corrette.

Comunque, dal momento che la diffusione di “fake news” agisce come un  contagio virale, la cosa più importante rimane la prevenzione. Servono “igiene e anticorpi”. L’igiene dipende molto dalla possibilità di rendere svantaggioso per i media, per la pubblicità e per la politica la associazione del proprio “brand” alla diffusione di informazioni – soprattutto in ambito sanitario – non supportate da ricerche attendibili. Gli anticorpi possono venire solo da una diffusa cultura scientifica, ancora compito della scuola e dell’università, e da una corretta informazione pubblica.

L’Italia ha pesanti deficit, ma quello più gravido di conseguenze sul lungo periodo è il deficit culturale: abbiamo pochi laureati, soprattutto negli ambiti scientifici e tecnologici, rispetto agli altri paesi europei. Questa ridotta cultura scientifica indebolisce le difese naturali del sistema paese ed espone alla penetrazione di false informazioni o – il che è anche peggio – alle chimere di false terapie.

Dario Braga è Professore Ordinario di Chimica presso il Dipartimento di Chimica Ciamician dell’Università di Bologna. Dal 2001 al 2006 ha diretto il Collegio Superiore e dal 2006 al 2009 è stato Direttore dell’Istituto di Studi Avanzati dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna. Dal 1998 al 2003 è stato membro dell’Osservatorio della Ricerca dell’Università di Bologna. Dal 2009 al 2015 è stato Prorettore alla ricerca dell’Università di Bologna. In questo periodo ha ricoperto il ruolo di Vice Presidente del Consorzio ASTER e quello di Presidente del Consorzio T3LAB tra l’Università di Bologna e Unindustria Bologna. Dal 2015 è Presidente dell’Istituto di Studi Superiori e Direttore dell’Institute of Advanced Studies

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