“Creattivismo: nuovi sguardi contro la discriminazione”

Con la chiusura della mostra “This scream in action. Against discrimination” si conclude anche il percorso progettuale di EU2BE per il 2019. Chiaramente non può essere una traiettoria che si esaurisce così. Ci aspettano diverse città italiane ed europee per ospitare il nostro grido di rabbia e di indignazione contro la discriminazione. Per il momento però ci prendiamo un momento per riflettere su ciò che è stato, da dove siamo partiti e quanta strada abbiamo fatto assiema. Ecco le (medit-)azioni degli educatori e delle educatrici della Scuola di Pace di Monte Sole.

L’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma che “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Da cui consegue immediatamente l’articolo 2 che afferma che “ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”.
Sembra evidente che la non discriminazione sia la base fondante della convivenza e che quindi vada promossa, garantita e tutelata. In particolare, questa tutela e questa promozione risultano ancora più rilevanti se la società aspira a definirsi una società solidale e democratica.
Abbiamo pensato dunque che lavorare e favorire l’attivismo su questo centrale argomento potesse essere un buon modo per valorizzare il nucleo del percorso educativo che viene sviluppato alla Scuola di Pace e che è chiaramente il lavoro sulla storia e sulla memoria degli eccidi di Monte Sole.
La conoscenza storica dei processi, degli eventi e dei protagonisti del 1944 serve come stimolo per una riflessione profonda sui meccanismi che a quegli accadimenti hanno portato. Non solo. L’idea è quella di offrire uno spazio e un tempo idonei al confronto per non dare per scontati molti concetti e definizioni legati all’idea di accoglienza e solidarietà.
L’idea è stata quindi anche di offrire la possibilità a giovani provenienti da differenti background culturali e politici di confrontarsi sui reciproci stereotipi e pregiudizi, così spesso riprodotti e rafforzati, sviluppando la consapevolezza della loro arbitrarietà e una possibilità di cambiamento.
La tolleranza e il dialogo si scontrano costantemente con un grande sentimento di smarrimento e paura continuamente alimentato dalla politica e dai mezzi di comunicazione di massa, sentimenti che portano a non aprirsi all’esterno ma anzi a chiudersi a riccio nei confronti dell’altro e del “diverso”. E questo rischia di rappresentare quasi un’implosione del concetto stesso di Europa.
Non volevamo che la nostra riflessione restasse solo un bel discorso ma volevamo proporre un nuovo sguardo sull’antidiscriminazione anche a chi ci circonda e per questo abbiamo messo all’opera tutta la nostra creatività e la nostra voglia di cambiamento per costruire una campagna profondamente e genuinamente politica – e non partitica – contro la discriminazione.

Guardate i manifesti che caratterizzano l’apertura e la chiusura della mostra e che sono stati disegnati da Marco Smacchia. Lo direste mai che nella loro prima versione raffiguravano un leone l’uno e una motocicletta l’altro? È questo che fa la partecipazione quando è reale e non di facciata: trasforma. Non basta l’idea del singolo per quanto geniale ma servono la discussione, il confronto, lo scambio. Alla pratica veloce e semplificata del/lla leader solo/a al comando, si sostituiscono i tempi lunghi dell’imparare, del leggere, del documentarsi, dell’esprimersi e del raffrontare le diverse opinioni e possibilità. Fino ad arrivare alla creazione collettiva.

Scriveva Primo Levi in I sommersi e i salvati: “Ciò che comunemente intendiamo per ‘comprendere’ coincide con ‘semplificare’: senza una profonda semplificazione, il mondo intorno a noi sarebbe un groviglio infinito e indefinito, che sfiderebbe la nostra capacità di orientarci e di decidere le nostre azioni. […] [M]a non sempre lo schema entro cui si ordinano i fatti è individuabile in modo univoco […]. [L]a maggior parte dei fenomeni storici e naturali non sono semplici, o non semplici della semplicità che piacerebbe a noi”.

Ecco allora che per la Scuola di Pace, educare alla pace, a Monte Sole, vuol dire ripartire dai luoghi, dalle memorie – tutte le memorie – che chiedono di essere ascoltate, studiate e riscattate.
Educare alla pace, a Monte Sole, significa educare ad una cultura di pace: un percorso lungo e complesso dove si intrecciano le memorie del passato ed uno sforzo costante di rielaborarle, a partire dalla consapevolezza di sé, dal riconoscimento dei propri limiti e delle proprie responsabilità per riflettere sulle responsabilità altrui, sui meccanismi e sui percorsi che permettono l’emergere e il consolidarsi della cultura della violenza e della sopraffazione (l’indifferenza e il silenzio di chi vedeva avvicinarsi l’orrore e non sapeva opporvisi; l’indifferenza e il silenzio di chi, oggi, riconosce le premesse di analoghi processi di violenza e di terrore e tuttavia tace).
Nella pratica esperienziale della Scuola di Pace di Monte Sole questo riconoscimento si svela proprio attraverso il processo educativo. Esso, attivando nei partecipanti al contempo la sfera fisica, emozionale e cognitiva e partendo dall’analisi del comportamento dei perpetratori, con l’accortezza di non ridurre le analogie a uguaglianze, mira a individuare in diversi fattori che si possono annoverare come fondamentali nella genealogia della violenza nazista, dispositivi e meccanismi che fanno parte del nostro quotidiano stare insieme: la propaganda e la pubblicità; l’educazione; i mezzi di comunicazione di massa; l’imposizione rigida di modelli e identità; la costruzione e la reiterazione, consapevole e non, di stereotipi, pregiudizi e stigmi; l’esclusione, il razzismo e la discriminazione; l’obbedienza all’autorità; la ricerca del prestigio sociale; il conformismo e l’adeguamento alla pressione del gruppo; la categorizzazione e la disumanizzazione dell’altro attraverso il linguaggio verbale e delle immagini; la socializzazione del rancore; la costruzione del capro espiatorio e di identità oppositive noi/loro.
Ci si accorgerà che bisogni, rabbia, frustrazione, paure e desideri sono, oggi come allora, il perno attorno al quale, con la propaganda, ogni potere costruisce il suo consenso e il suo controllo.
In questo riconoscimento dei meccanismi di violenza quotidiani l’analisi critica deve prevalere sul giudizio, la comprensione e la decostruzione sulla condanna e sulla trasmissione valoriale sotto forma di comandamento. Il conflitto e la crisi, una volta nominati e riconosciuti, possono diventare veicoli di cambiamento positivo.
Una cultura di pace non è una cultura che nega l’esistenza del conflitto. Al contrario, essa ci insegna a riconoscerlo ed accettarlo, come presenza costante e non necessariamente negativa in sé, purché ne diventiamo consapevoli, impariamo a riconoscerne i diversi aspetti, ad agire su di essi, trasformandoli in modo creativo, in forme non violente; purché impariamo a comprendere ed accettare che esso appartiene alla quotidianità del nostro vivere. Come dice Charles Villa-Vicencio, dopo la sua esperienza di direttore della Commissione Verità e Riconciliazione in Sudafrica, «riconoscere la possibilità del male in ciascuno di noi chiama in causa l’importanza di assumerci l’impegno di fare in modo che il male del passato non debba più ripetersi in futuro».

L’attività di educazione alla pace – come ci piace definire, in senso lato, il campo degli interventi che proponiamo e progettiamo: dalla ricerca storica ed educativa, al confronto a livello nazionale ed internazionale con realtà analoghe, ai laboratori didattici con le scuole d ogni ordine e grado – comincia sempre, a Monte Sole, dal dialogo tra soggetti, uomini e donne, ragazze e ragazzi, con le loro vite, le loro emozioni, desideri, idee, opinioni, visioni del mondo, mantenendo viva l’attenzione per le differenze di genere, generazione, cultura, etnia, nazione, classe. In questo lavoro, Monte Sole è viaggio in sé, punto di partenza di un percorso e perno di una riflessione. È viaggio perché Monte Sole comporta il distacco da una realtà quotidiana personale caratterizzata da ambienti familiari e comportamenti consolidati. È punto di partenza perché dal racconto di Monte Sole si dipanano percorsi storici, etici e civici. È perno di una riflessione poiché la storia e le memorie di Monte Sole sono catalizzatrici di un processo di crescita personale e di comunità.
Monte Sole, tuttavia, non si può spiegare, si deve esperire.

Gli educatori e le educatrici della Scuola di Pace

Il nostro grazie va Chiara, Mara, Marco C. e Marco S. e a tutt* i partecipanti e le partecipanti che hanno accettato la sfida del vivere quotidiano assieme, del mettersi in gioco e del custodire e rilanciare la bellezza del mondo.

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